Caro amico ti scrivo…

Questa è la mia serie delle care e vecchie cassette delle posta che ho fotografato per tutto il cammino, passando tra le case un po’ isolate che incontravamo lungo la via francigena fino ad arrivare a Roma, e fino a fotografare la cassetta delle Poste Vaticane in Piazza San Pietro, fatta con il cellulare perchè ormai avevo scaricato tutte le macchinette fotografiche.

Cosa mi ha spinto a fotografare le cassette della posta? Il fatto di essere un nostalgico? No, non rimpiango quasi mai il passato! Perché ho bisogno di una visita psichiatrica? Potrebbe, e magari ci penserò seriamente.

Però pensavo alla sorpresa di chi la apre e ci trova una lettera.

Ormai la cassetta della posta è piene di bollette ma di poche parole,  sarebbe bello  aprirla  e trovarci  una lettera scritta da un amico, da  un fratello  o da  una persona che ti ha pensato, ma scritta a mano, perchè la calligrafia  aggiunge qualcosa a quello che scrivi, le parole scritte a mano sono segni impressi, sono unici e, a chi le legge, lasciano trasparire l’emozione di chi le ha scritte.

Scrivere a mano è un po’ come camminare, invece di andare in macchina o in treno o con qualsiasi altro mezzo. La scrittura è lenta e arriva lentamente, coinvolgendo anima e corpo e lasciando un segno a ciò che scrivi. E non solo chi scrive, ma anche  chi legge, ci mette un’attenzione diversa.

Va beh! Dico io così che sto scrivendo su un blog!! certo è che non si può credere di fare a meno della tecnologia, né si può negare quanto sia utile per la condivisione e per la diffusione di pensieri, di idee e di cultura. Però una volta tanto si può prendere un foglio di carta, di quelli che ti vai a scegliere in cartolibreria, e iniziare a scriverci, come diceva qualcuno, “Caro amico ti scrivo…”

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Le fotografie, la fotografia, storie da raccontare, o semplicemente la mia storia?

Più di 2.200 foto scattate con la X-T1. E’ qualche giorno che ci sto lavorando. Alla fine ho selezionato i bianchi e neri per primi. Sono arrivato ad una prima selezione di 177 foto. Guardando nel suo complesso questa massa informe di immagini scattate, come dico io “distrattamente”, mi dice che potrebbero esserci alcuni temi ricorrenti… che forse rappresentano questo viaggio, o quello che mi piace fotografare, o semplicemente quello che questo viaggio mi ha proposto davanti all’obiettivo e che sono riuscito a “vedere”.

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Avrei potuto partire già con un’idea in testa, un progetto, e svilupparlo durante il viaggio, come i manuali di “reportage” mi insegnano… ma… ma poi, non andando lì per lavoro, andando per godere dell’esperienza, per assorbirne vibrazioni, sensazioni, per raccogliere energia e ricordi… avrei ridotto il viaggio ad una ricerca specifica, ad una serie di istruzioni da seguire, ad un freddo lavoro preorganizzato e prestabilito e il mio animo si sarebbe sentito legato, e probabilmente anche bloccato creativamente, perché troppo impegnato dal progetto e non invece concentrato su quello che mi circondava.

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Invece, ho deciso, sì ho deciso, nel senso che ho fatto la scelta di essere libero di far cadere lo sguardo e di conseguenza l’obiettivo su tutto quello che mi raccontava qualcosa, un’emozione, una storia millenaria, uno scampolo di vita, un profumo, un colore, una sofferenza, un senso di ribrezzo, o di fastidio… Per arrivare a raccontare anche un passo fatto con fatica per raggiungere il più lontano, ma migliore punto di vista e quindi di scatto. Ecco che quindi mi ritrovo a trasgredire (quanto mi piace questa parola… e quante volte lo ripeto ai miei studenti) le regole… e a fare di testa mia, mi ritrovo a lasciare che il viaggio mi travolga, mi riempia, e a fare in modo che da questa abbuffata di sensazioni e stimoli escano le foto. O meglio (altrimenti i miei studenti si ribellano), a trovare in questi stimoli lo spunto che la mia visione poi trasforma in foto, e quindi in racconto.
E’ come se avessi voluto che ogni foto raccontasse qualcosa per conto suo, fosse stato anche solo un pensiero, o addirittura un inizio di pensiero, una scintilla veloce, o banalmente un breve ragionamento sulla “astratta graficità” di uno scenario. Mi sono messo alla prova, cercando di unire forma e contenuto in un’immagine che avesse una spontanea ispirazione alla base, ma anche una storia da raccontare, non necessariamente profonda. Ho semplicemente sfiorato la superficie del mondo, ma sempre con toccante emozione, con sguardo curioso e con doveroso rispetto narrativo. Sì, perché ogni preziosità che toccava il mio animo, necessitava della giusta forma e di un linguaggio usato appropriatamente per raccontare tutto quello che vedevo e sentivo. Ecco il tutto durante un cammino dannatamente faticoso, ma altrettanto coinvolgete e divertente.

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Così mi ritrovo a guardare foto di fili spinati e recinzioni, portici e sottoportici a profusione, ombre, chiaroscuri, alberi solitari, perfetti sconosciuti capitati a passare davanti al mio obiettivo… per ognuna ho un ricordo, ma non è quel ricordo che esse raccontano… sono pezzi di vita, sono suggestioni, allusioni… nell’austerità che il bianco e nero loro conferisce. Nella geometricità di forme, volumi e pesi distribuiti nello spazio quadrangolare bidimensionale dell’inquadratura, alla ricerca di uno sprazzo di intellettualità nella loro composizione che le renda vive e sfidanti.

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Le guardo, di alcune mi compiaccio (vanesio eh?), tuttavia, ancora mi domando se queste foto rappresentano le mille storie vissute fuggevolmente durante i quindici giorni di cammino, o sono parte della mia storia, del mio viaggio… o entrambe…

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Camminare è…

Camminare è vedere il mondo attorno a te mutare alla velocità dei tuoi passi.
Camminare è fatica.
Camminare è gioia ad ogni passo e ad ogni ostacolo superato.
Camminare è il sudore che ti pervade, ti entra negli occhi e brucia.
Camminare è il peso dello zaino che grava sulle tue spalle e sui tuoi fianchi, e ad ogni km diventa sempre più pesante.
Camminare è il giallo del grano tagliato.
Camminare è il vento che muove rami foglie e fronde, che ti scuote, ti spinge, ti incita e ti sfianca; il vento che sferza le radure e le nostre gambe.
Camminare è il colore della terra che cambia da paesaggio a paesaggio rossa, ocra, grigia o marrone.
Camminare è il rumoroso impeto di una cascata o il lontano brusio di un corso d’acqua.
Camminare è il sole che picchia, che scalda, che accende i colori e che brucia la pelle.
Camminare è la multiformità della vita che si svela ad un occhio non uso alla bellezza delle piccole cose.
Camminare è l’odore acre e quasi ripugnante di marcio e di immondizia che talvolta punge le tue narici.
Camminare è la vivacità dei fiori che ricamano e decorano prati, radure, tratturi, viottoli, e strade: blu, viola, rosa, giallo, rosso, arancio alcuni volte quasi radenti il flou.
Camminare è il nero dell’asfalto e il bianco della riga da seguire della statale.
Camminare è il saluto dei passanti con i loro numerosi dialetti, accenti e cadenze, e che infondo ti fanno sentire un po’ straniero… anche in patria.
Camminare sono il canto incessante delle cicale.
Camminare è uno sguardo ogni tanto al cielo, in cerca di qualche nuvola che possa dare un po’ di sollievo dal sole che picchia duro.
Camminare è il rumore soffocato del terreno sotto i tuoi piedi.
Camminare è ritmo, dei passi, della musica che hai nelle cuffie e che ti tiene compagnia, è il ritmo del battito del tuo cuore che accelera all’impazzata nelle impietose salite, e il ritmo del tuo respiro, il ritmo dei filari di alberi, dei vigneti, delle staccionate…
Camminare è solitudine anche se sei in compagnia, la solitudine di chi deve fare conto sempre e solo su se stesso.
Camminare è l’odore di resina dei cipressi, il profumo dei fiori di acacia e di tiglio, l’odore del verderame sulle viti, l’odore del catrame dell’asfalto bollente.
Camminare è il brivido delle auto che ti sfiorano a 100 km/h.
Camminare è il seguire le orme degli zoccoli dei cavalli.
Camminare è continuare a guardare per terra come un biologo e ad ogni traccia recuperare le cose lette a scuola o nelle riviste e fantasticare mille storie su animali, fiori, piante, bacche, insetti e frutti.
Camminare è salire e scendere.
Camminare è pensare, riflettere, dubitare, temere, sospirare, sentire, godere, piangere, provare dolore… nel guardarsi dentro continuamente.
Camminare è vita, e la vita è camminare.

I miei tre grandi uomini

Vorrei dedicare un pensiero che vuol essere un ringraziamento di cuore ai miei tre uomini, che per 16 giorni sono stati i miei cavalieri, i miei amici, i miei giullari, i miei compagni.
C’è Andrea detto “il gladiatore”: parte per questo cammino per fare foto e un viaggio diverso e “vada come vada”, ma durante il cammino viene fuori il suo desiderio e la sua tenacia nel volercela fare a tutti i costi ad arrivare alla fine, perché il fisico c’è e lui ha tante cose da bruciare. Lui, che mentre ti ripropone tutti i successi della canzone italiana riadattandoli alle situazioni, sceglie di fare la via Francigena “quella vera”, ma fagli capire che la via vera e’ la Cassia battuta dalle auto e non quella con i cartelli con gli omini disegnati! Ma va bene così e lo assecondiamo perché nei viaggi insieme è così che si fa: ci si capisce, ci si sfoga, ci si supporta e lui, oltre ad essere stato nominato lo “spippolatore dell’anno” per la velocità con cui riesce a chattare mentre cammina, ti ascolta e ti racconta la vita a modo suo, anche con le sue foto e ha sempre la battuta pronta perché se non si affronta la vita con il sorriso, è tempo sprecato, e non passa minuto senza qualche sua battuta assurda dove le lacrime si sprecano e non c’è la fai a stare serio. Ma dentro qualche cicatrice ce l’ha e ogni passo, ogni goccia di sudore versato, lo capisci che ha un sapore diverso per lui. E’ poco avezzo al compromesso, nel quale invece è bravissimo Giorgio che con la sua calma e visione della vita, metterà da parte la stanchezza per accompagnare Andrea anche nei tratti fuori pista, dove i chilometri si triplicano. Giorgio vive la vita con lentezza, ma non si muove come un bradipo. No, la sua lentezza è assaporare la vita ogni secondo per come nasce. La fretta è nemica del bene e più di tutto lui ci ha insegnato questa filosofia di vita che ti permette di respirare a fondo e di guardare le cose e non solo vederle perché il tempo passa, scorre veloce e l’unico modo per fermarlo è viverlo un minuto alla volta. Giorgio si alza al mattino con calma, e sorridendo si siede a fare colazione mangiandosi come minimo tre quarti del tavolo della colazione dell’intero B&B e si rialza da tavola comunque con un certo languorino. È detto anche “Pollicino” per aver disseminato la via Francigena non delle sue gesta, ma dei suoi oggetti personali, dai vestiti alla tecnologia, dimostrando solo un “banale” stupore quando due giorni dopo se ne accorgeva: per circa 15 minuti non era il caso di parlargli! Cammina con calma, ma ha la resistenza di un cammello, arriva mai troppo stanco, nemmeno dopo 37 km; fotografa con il cuore e sotto la vena ironica, c’è un’intelligenza vivace; potresti rimanere ore ad ascoltarlo perché con la sua semplicità ti può parlare di nulla e di tutto, tanto che ti sembra di essere a una puntate di Sky arte o super quark. Lui, che del bosco mangia tutto e segue le tracce degli animali sapendo dire cos’hanno mangiato a pranzo! Se poi gli si affianca Marco partono i latinismi e le analisi semantiche delle parole e passano dalla biologia alla filologia dove Marco “docet” (unica parola in latino di mia conoscenza ahimè). E così passano in rassegna anche il sesso degli angeli, non senza l’ironico aiuto di Andrea, ritornando poi nel pianeta terra dove anche Marco diventa più umano. Quest’ultimo, che dalla fotografia è stato scelto, non c’è particolare che gli sfugga; lui non solo coglie gli scorci migliori, ma nel frattempo con generosità e umiltà, mentre stai con l’occhio nel mirino ti dice “abbassa i tempi” senza vedere le tue impostazioni in macchina, ma avendo ragione e non sai come; e se gli chiedi come mai non ti è venuta una foto, non ti fa pesare l’errore anzi ti dice “potresti provare a..” con questo condizionale che ti fa sembrare che sarai tu a trovare la quadra e invece te l’ha già risolto lui con serenità. Marco, anche detto “Macgyver” per la sua capacità di risolvere i problemi con niente, come quando mancava il tappo nel bidet e non ci si poteva fare i bagni ai piedi con il sale e lui con un bicchiere di plastica ha creato un tappo. Diventava poi “l’innominabile” difronte all’ennesima salita: si raccontano ancora le sue grida e le gesta eroiche per arrivare alla cima. Diventava infine “l’architetto” una volta raggiunta la vetta in quanto ripianificava il territorio per migliorare viabilità e servizi e da bravo team player e responsabile della comunicazione, metteva all’opera Andrea, Giorgio e me esperti creatori di slogan e gingle alquanto originali per la promozione!
Durante tutto il viaggio tra un momento ilare, gli sforzi e la stanchezza, tutti e tre hanno sempre e comunque avuto l’attenzione che, solo le persone che sanno vivere con il cuore collegato a qualsiasi cosa facciano, sanno dare e mi hanno fatta sentire come parte di una piccola famiglia. È stato facile camminare con loro tre: se rimanevi poco indietro c’era sempre uno di loro che si attardava per aspettarti e se invece eri davanti ti raggiungevano velocemente sparando quella che poteva sembrare l’ultima, e invece era solo l’inizio di una delle tante serie da ridere!!! Grazie amici miei, per avermi fatto sentire, con l’essere le persone speciali che siete, un po’ una principessa e un po’ il “quarto uomo”! Alla prossima!

I miei compagni di viaggio

Questi sono i miei compagni di viaggio…ve li presento:

Yorick , fotografa con gli occhi, è sempre il primo a cogliere immagini che altri non vedono, a fare quel click che avresti fatto anche tu, ma che tu non hai colto al momento giusto. Sa sempre la strada giusta da prendere, e ha la soluzione pronta a portata di mano. E’ la persona che vorresti avere sempre in squadra.

Monica, ha sempre ragione anche quando ha torto. Non si prende mai sul serio, perchè la serietà non è una virtù, ha una gran creatività e senso dello humor e ha talento nel fotografare le persone, e far uscire loro l’anima!

Andrea, è un fotografo chirurgo, lui non spreca click, fotografa quando è giusto farlo, e sceglie sempre la miglior inquadratura possibile. E’ caparbio, non molla mai, e va fino alla fine, ha tutto sotto controllo già nella propria testa, spara battute a ripetizione, come un kalashnikov che non si inceppa mai.E’ una macchina sempre tagliandata che in fondo in fondo ha un gran cuore. E’ il più veneto di tutti, e con un gran gusto nel fotografare.

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