Photogallery: Giorgio #03 (Lungo il cammino)

Questa è una galleria di foto che racconta dei posti e della gente che hanno fatto il cammino, iniziato da Londra, continuato fino al mare di Chatam e conclusosi a Canterbury, ovviamente dal mio personale punto di vista.

Abbiamo sfidato le temperature e i venti d’aprile ancora freddi in Inghilterra, ma che evidentemente non sono così freddi, almeno per gli inglesi.

Sì! perchè gli inglesi non hanno bisogno del sole caldo e delle nostre temperature per mettersi in magliettina ed infradito. Loro sono molto più positivi di noi, basta un timido raggio di sole in una giornata grigia sui 10 gradi!  Per loro il tempo  non è una preoccupazione come per noi, e nessuno si lamenta se fa freddo.

Così ci troviamo a raccontare con le immagini di questo strano mix tra british style ed eccentricità, tra l’essere eleganti e nello stesso tempo fuori dagli schemi, tra architetture dal design moderno e locali e posti dal gusto un po’ retro’ e vintage.

Ci troviamo ad attraversare quartieri residenziali e osservare case borghesi dove ci sono persone che  vivono con la propria famiglia e hanno la propria macchina parcheggiata nel garage, con davanti un prato curatissimo,  oppure case anonime o  alveari con portoncini stretti dove le persone rientrano la sera dopo una dura giornata di lavoro o di avventura, abitazioni dove le persone più che viverci ci abitano.

“E ho bisogno di stancarmi e di camminare, di sentire l’acqua e il vento e di respirare…”

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Tra il sacro e il magico

Arrivati alla fine del viaggio, che termina con l’immagine gotica della Cattedrale di Canterbury impressa nei nostri occhi. Ieri, arrivati di sera, abbiamo potuto contemplarla solo dall’esterno, per cui le giravamo intorno in un’atmosfera surreale di silenzio e ammirazione dei visitatori (non tanti). Siamo riusciti anche a visitare il chiostro, credo uno dei piú belli mai visti, sotto l’occhio attento di un sacerdote anglicano, una bellissima ragazza inglese, dalle sembianze quasi angeliche. Monica, che ci aveva preceduto nella visita del chiostro, ci preavvisa della presenza del sacerdote e si raccomanda di non importunarlo, e io e Andrea ci guardiamo stupiti, pensando che la fatica abbia ormai compromesso del tutto le facoltà mentali di Monica. Poi vedo la ragazza sacerdote e mi rendo conto che Monica non é ancora da ricovero coattivo.
L’albergo che ci ospita é una struttura all’interno delle mura che circondano la Cattedrale, ed é questa la ricompensa migliore per la fatica del viaggio.
E anche dalla camera del residence non riesci a non guardare le guglie e le finestre gotiche, che illuminate dal basso, fanno apparire la Cattedrale ancora piú carica di segreti e di misteri. In questa atmosfera notturna tra il sacro e il magico, la Cattedrale appare come un prezioso e maestoso libro di pietra che tramanda straordinarie e magiche storie, simboli e codici di cui ci si accorge solo dopo un’attenta lettura.
Stamattina il nostro pensiero era solo quello di entrare in Cattedrale, dopo essere stati per tutta la notte sotto la sua protezione, ovviamente non prima di aver fatto colazione con fried eggs, bacon, sausages, e oggi anche una salsiccia di sanguinaccio, che io ho assaggiato e gustato, fino a quando Marco non mi ha informato di cosa si trattasse e che ho ceduto a lui solo per assecondare il suo spirito gotico e medioevale.
Entriamo finalmente nella Cattedrale e misteriosamente non ci fanno pagare risparmiando 10 sterline. É indescrivibile la luce che
filtra dall’esterno attraverso le vetrate e i rosoni decorati, indescrivibile il fascino delle storie nei singoli riquadri delle vetrate. Oggi é la stessa luce di mille anni fa, quando, nel Medioevo, assumeva un significato simbolico, espressione del sacro ma anche del magico.
Spero di aver catturato con la mia Fuji, almeno in minima parte, quella luce cosí da poterla condividere anche con altri. Vedremo…intanto lasciamo Canterbury, ma il viaggio non é ancora finito.

Risveglio al mare

Stamattina sveglia a Chatham, località sul mare a oltre una settantina di km da Londra. Abbiamo alloggiato in un antico fienile ristrutturato, praticamente di fronte a un molo. All’interno dello stesso “fienile” c’é un pub molto interessante e ben frequentato dove ovviamente abbiamo passato la serata, considerato che dopo aver camminato tanto non ci andava di andare alla ricerca di altro. Iniziare dal centro di Londra questo cammino é stata una scelta molto interessante. Infatti passando dal centro della Metropoli ai sobborghi di Londra, e poi per la campagna attraversando piccoli centri urbani, riesci ad apprezzare il cambiamento di paesaggio ma anche di atteggiamento della gente. E fare il tutto a piedi, e quindi molto lentamente, rende questa trasformazione talmente graduale e naturale quasi da non riuscire a credere che solo qualche ora prima ti trovavi al centro del Vecchio Continente, in una delle piú grandi metropoli del mondo. Cosí ti trovi a partire dal caos del centro della Metropoli, con una spaventosa densità abitativa, con grattacieli e ogni tipo di attrazione che sembra costruita solo ed esclusivamente per i turisti, per far vedere loro quello che vogliono vedere e far credere che questa é la nazione che offre possibilità a tutti, il centro degli affari, della cultura e di ogni genere di divertimento. E’ un po’ come un’enorme casinò, pieno di luci e di colori con tante slot machines per attrarre gente. Le persone sembrano cosí impegnate e indaffarate da non riuscire a dare retta a nessuno, e da farti sentire quasi invisibile. In mezzo a quel mare di gente che affolla la metropoli ci sono persone che fanno di tutto per apparire eccentriche e cercare di farsi notare, come se volessero gridare in mezzo a quella moltitudine che esistono anche loro e che non sono solo un numero. Poi continuiamo a camminare e ci allontaniamo dal centro. Il caos si diluisce cosí lentamente quasi da non accorgertene, e la gente sembra essere meno indifferente e meno indaffarata. Adesso non piú grattacieli, ma interi quartieri e sobborghi fatti di quelle tipiche casette inglesi, indipendenti e con il giardino avanti e le mura che si appoggiano l’una all’altra. Cosí ieri ci siamo ritrovati a Chatam, città ben costruita e ordinata, dove la gente sembra molto piú rilassata. Certo i mezzi e i servizi non sono poi cosí efficienti come nella metropoli, anzi, potremmo dire che spostarsi con i mezzi non é affatto facile. Non ci sono molti turisti, sono quasi tutti del posto e ti viene una rabbia nel vedere molti di loro in maniche corte e pantaloncini. Qualcuno addirittura si avvicina a noi e ci fa domande, evidentemente non siamo invisibili. Una ragazza con un top corto nonostante una temperatura ancora fredda e umida sui 10° ( in serata siamo scesi sui 4°) ci guarda e ride dicendo che sembriamo degli eschimesi. In effetti bardati con piumini, giacche a vento, incappucciati e con zaino a seguito suscitavamo la curiosità anche di un paio avventori di un pub, che si sono messi a ridere quando hanno sentito dirci che, per noi, quella temperatura era troppo fredda. Comunque stamattina ci siamo svegliati al mare e con un piacevole sole, giusto per sfatare uno dei tanti stereotipi inglesi per cui qui é sempre tutto grigio…E quindi gli inglesi non sono solo fish and chips, tea e cielo grigio, come noi non siamo solo spaghetti, pizza e mafia.

Il giorno della partenza

Arrivati ieri sera all’Aeroporto di Stansted con un volo Ryanair con giusto pochi intimi. In quell’aereo si parlavano circa 170 lingue diverse, con gente che proveniva da ogni angolo della terra (prevedibilissimo visto che Londra é multietnica e multiculturale), e quei pochi italiani anglofoni li riconoscevi da come pronunciavano “tenchiú” (tranne i miei compagni di viaggio che hanno un inglese molto fluente, e che altrimenti mi tritano) L’arrivo a terra mi libera da tutti i pensieri negativi che sempre mi pervadono la mente quando prendo l’aereo, del tipo: ci sarà abbastanza carburante? i motori saranno stati controllati? il pilota sarà soddisfatto della propria vita?  Infatti, in volo, propongo ai miei compagni di andare a intervistare il pilota per rasserenarlo nel caso abbia qualche turba psichica, e cerco di guardarmi attorno per individuare qualche potenziale kamikaze, ma forse il piú sospetto del volo ero io, visto che mi hanno fatto quasi spogliare al metal detector. Ad ogni modo tocchiamo terra intorno a mezzanotte e camminando verso l’uscita abbiamo la sorpresa più grande. Alla dogana una fila infinita ci blocca per quasi due ore, avanzando lentissima attraverso il percorso a mo’ di serpentina. Cosí nell’attesa di quella fila ci si guarda un po’ tutti in viso e quasi cominciano a diventare familiari quei volti, perché alla fine sono i volti dei viaggiatori come te che raccontano del tuo viaggio, e poi saranno i volti delle persone che ci abitano a raccontare i luoghi. Pensi che facendo quella fila stai togliendo tempo al tuo viaggio, invece non ti accorgi che ci sei già dentro al tuo viaggio, nel momento in cui guardi quelle persone dalle etnie piú disparate e ti domandi qualcosa della loro vita e magari anche del loro viaggio, delle persone che sono in loro compagnia e magari quelle che hanno lasciato da qualche parte del mondo. Poi magari finisci per pensare alla tua storia, al tuo presente e al personale momento del tuo viaggio. E scopri di guardare le cose e le situazioni con l’incanto di sempre, perché nonostante l’esperienza vissuta, ci saranno sempre situazioni ed emozioni che vivrai per la prima volta e che guarderai sempre con lo stesso incanto di quando eri bambino. Terminata la fila mangiamo qualcosa, anche se ormai tardissimo ma non sia mai il digiuno… piuttosto mangiamo cibi malsani, ma mai il digiuno al quale siamo assolutamente contrari anche per motivi etici e spirituali. Dopo chiamiamo un taxi e mentre il tassista é intento nel mettere gli zaini nel portabagagli, vediamo Marco che velocemente entra nel taxi al posto di guida quasi approfittando della distrazione del tassista. Rimaniamo tutti stupiti, pensando che anche Marco soffra di crisi depressive e che faccia un gesto del genere per schiantarsi con la macchina. Invece quello non era il posto di guida, che in Inghilterra é a destra, e quindi Marco non é uscito ancora fuori di testa, ma forse lo siamo noi. Nel taxi ci spaventiamo quando vediamo le macchine che sopraggiungono frontalmente sfrecciare sulla destra, ossia nel senso opposto a quello cui siamo abituati. E ti rendi conto che quando sei abituato a vedere le cose sempre in un certo modo, fai fatica ad immaginarle diverse, e pensi: ” io non ce la farei mai a guidare in questo posto, perché qui é tutto al contrario, io ormai ho imparato la guida a sinistra”. Ci autolimitiamo e poniamo resistenza ai cambiamenti di abitudini. Poi arrivi in albergo e vedi che anche i pomelli dell’acqua calda e di quella fredda sono invertiti, e si aprono e chiudono al contrario rispetto ai nostri. No questo é troppo..per stasera può bastare, vado a dormire.

Caro amico ti scrivo…

Questa è la mia serie delle care e vecchie cassette delle posta che ho fotografato per tutto il cammino, passando tra le case un po’ isolate che incontravamo lungo la via francigena fino ad arrivare a Roma, e fino a fotografare la cassetta delle Poste Vaticane in Piazza San Pietro, fatta con il cellulare perchè ormai avevo scaricato tutte le macchinette fotografiche.

Cosa mi ha spinto a fotografare le cassette della posta? Il fatto di essere un nostalgico? No, non rimpiango quasi mai il passato! Perché ho bisogno di una visita psichiatrica? Potrebbe, e magari ci penserò seriamente.

Però pensavo alla sorpresa di chi la apre e ci trova una lettera.

Ormai la cassetta della posta è piene di bollette ma di poche parole,  sarebbe bello  aprirla  e trovarci  una lettera scritta da un amico, da  un fratello  o da  una persona che ti ha pensato, ma scritta a mano, perchè la calligrafia  aggiunge qualcosa a quello che scrivi, le parole scritte a mano sono segni impressi, sono unici e, a chi le legge, lasciano trasparire l’emozione di chi le ha scritte.

Scrivere a mano è un po’ come camminare, invece di andare in macchina o in treno o con qualsiasi altro mezzo. La scrittura è lenta e arriva lentamente, coinvolgendo anima e corpo e lasciando un segno a ciò che scrivi. E non solo chi scrive, ma anche  chi legge, ci mette un’attenzione diversa.

Va beh! Dico io così che sto scrivendo su un blog!! certo è che non si può credere di fare a meno della tecnologia, né si può negare quanto sia utile per la condivisione e per la diffusione di pensieri, di idee e di cultura. Però una volta tanto si può prendere un foglio di carta, di quelli che ti vai a scegliere in cartolibreria, e iniziare a scriverci, come diceva qualcuno, “Caro amico ti scrivo…”

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